Blues from the Delta

Nel periodo precedente a questa nostra avventura, mi ero appassionato ad un bluesman degli anni ’30, un musicista di Filadelfia, un certo Skip James. Ho ascoltato un suo album: Blues from the Delta, mille e mille volte, fino a quando Katia e Yuri non hanno minacciato di cacciarmi di casa. Una voce ipnotica quella di Skip, e in un istante, ti trovavi in Luisiana seduto sotto un albero a suonare il banjo.

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Nehemia Curtis James detto Skip

Poi un nostro zio, Alfonso, che ha sempre un sacco di storie da raccontare, ci ha parlato della sua gioventù in terra rodigina, fra appostamenti di caccia nascosto fra i canneti, battute di pesca, gite in barca sul Delta, ed isole che affioravano strappate alla laguna, e che diventavano atolli privati per i ragazzi di lì. Ci è bastato un istante: io e Katia, in uno sguardo, abbiamo capito dove avremmo diretto le nostre bici:

Il Delta del Po.

Ora, è evidente a tutti che il Po non è il Mississipi, ma ha comunque un poderoso delta, fatto di boschi, lagune, vegetazioni, fauna e paesi che volevamo esplorare. In più, l’idea di cambiare totalmente prospettive e accantonare per un po’ la montagna ci stuzzicava.
Saremmo partiti grossomodo da Pontelagoscuro, vicino a Ferrara per poi perderci nel Delta fino a  raggiungere il mare. Avremmo seguito il fiume fin dove inizia a dividersi, per formare i vari rami che compongono la foce, scegliendo il primo ramo, che fa da spartiacque fra Emilia Romagna e Veneto. Scopriamo che si tratta di un itinerario piuttosto frequentato dai bikers, da farsi assolutamente nella mezza stagione. Leggiamo su alcuni siti, che sarebbe presente già una ciclovia protetta in zona, e che raggiungerebbe la foce del Po di Goro, meta del nostro viaggio e città che ha dato i natali alla “pantera” Milva.
La nostra naturale diffidenza sulla definizione di “ciclovia” in Italia, ci ha fatto propendere per la scelta delle ruote grasse, anche per un giro piatto come questo. La nostra esperienza sul Po in zona Parma è decisamente negativa. Ci aspettiamo tratti impraticabili, intervallati da strade trafficatissime e senza senso; nessuna segnaletica o peggio cartelli che si contraddicono a vicenda. Decidiamo anche, che oltre al seggiolino, porteremo con noi la balance bike di Yuri, che nel frattempo ha iniziato ad andare assiduamente in bici. L’altimetria è pari a zero, e se il fondo lo consentirà, potremo farci alcuni tratti tutti e tre insieme.
Siamo alla fine di Aprile, la primavera non decolla, ma noi partiamo il primo maggio.

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La Mukluk col seggiolino, di fianco uno dei mille canali del delta

Nelle terre di Alfonso D’Este

Siamo alla partenza che è già quasi mezzogiorno. L’assenza di camping o luoghi un cui campeggiare, ed il meteo che promette pioggia, ci fanno propendere per una notte in albergo. Il panorama in fondo, non è poi tanto diverso dalla nostra bassa, con un unica fondamentale differenza: l’estensione.
L’occhio qui non trova Appennini o Alpi a movimentare il panorama, nonostante la visibilità sia ottima, ci sono solo pianura, casolari, zanzare e libellule, senza soluzione di continuità. Prepariamo le bici e prendiamo l’argine in direzione est. Prima però riempiamo le borracce alla fontana del paese. Compriamo pane fresco e pizza per pranzo. Abbiamo portato con noi: del farro con pesto alla genovese, crackers alla soia, barrette Clack, Haribo di tutti i tipi, estathé al limone, yogurt e muesli di frutta secca fatto in casa. L’assenza della tenda ci fa risparmiare un sacco di spazio, e possiamo persino permetterci il lusso di un cuscino tutto per Yuri, che intanto si è addormentato. La stradina prosegue placida fra le coltivazioni a perdita d’occhio. Il business principale  di queste terre è l’agricoltura in quasi tutte le sue forme. Dall’asparago al melone, dalla pera alla pesca passando per le ciliegie che adesso sono quasi di stagione. La vegetazione fra l’argine e il fiume è notevole. Il volume d’acqua e la larghezza del letto del Po impressionanti. Nel novembre del ’66, una devastante alluvione, aveva riconsegnato momentaneamente questi luoghi all’Adriatico, con il risultato che non potevi più coltivarle per almeno 5 anni. Tanti hanno accettato di andarsene per venire a fare i contadini e curare le vacche nella bassa emiliana, mantovana e nel veronese.
Stiamo pedalando da circa un’ora, e nonostante l’unico rumore sia quello delle ruote della Mukluk, il pargolo si sveglia: “voglio la bici!” ci dice. L’accontentiamo subito.snowboard-097
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Yuri sale in bici mentre proseguiamo sull’argine a velocità da gita. Scattiamo qualche foto, ma il paesaggio è veramente molto monotono: campi-argine-fiume-canneto-campi. Ogni tanto la vegetazione si apre un po’ e ci lascia vedere la sponda veneta di la dall’acqua. Attraversiamo paesini che non invitano propriamente alla sosta. Incontriamo local’s e cicloturisti che ci salutano. Poi ad un tratto, il fiume si allarga e somiglia quasi ad un bacino di raccolta. Lì scorgiamo la diramazione che cercavamo, un malconcio cartello ci comunica che stiamo entrando nelle terre del Delta, il morale è alto e Skip James, con la sua chitarra dobro, è qui con noi.
Il fiume torna a restringersi e forma una specie di serpentone con ampie anse, lo vediamo bene anche sulla nostra mappa cartacea.
Tutto ciò che calpesteremo da ora in poi è emerso dall’Adriatico in tempi “recenti”. Ancora oggi, le idrovore continuano a strappare terra al mare.

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Idrovore del consorzio di bonifica.

Arriviamo ad Ariano Ferrarese e ci ricordiamo che non abbiamo ancora mangiato niente. La nostra destinazione per oggi sarà la cittadina di Mesola. Ad Ariano ci fermiamo in un area attrezzata lungo il fiume, e ci mangiamo un po’ delle nostre provviste. Poi ci prendiamo un espresso al bar, e scopriamo che l’argine, da qua in avanti, lascia il posto alla strada provinciale 11. Le nostre preoccupazioni sulle ciclovie all’italiana erano più che fondate!
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Su consiglio di un local attraversiamo il ponte che ci conduce sull’argine veneto. E’aperto al traffico ma passano poche auto. Rimettiamo Yuri nel seggiolino e ci avviamo fiduciosi fino a trovarci la cittadina di Mesola (ma potremmo chiamarla anche Desola) dalla parte opposta del fiume. Siamo certi che il ponte che ci riporterà in Emilia sarà bike friendly…e ci sbagliamo. Il ponte che collega le due regioni è sulla ss 309, trafficatissima e piena di mezzi pesanti e senza nessun marciapiede. Se vogliamo continuare a scacciare i cicloturisti stranieri (e il loro indotto) dall”Italia, ci stiamo riuscendo alla grande. Superato il ponte, baciamo la terra come i papi appena usciti dall’aereo nei viaggi pastorali.
Entriamo in paese e lo troviamo “invaso” dalla sagra dell’asparago. Giostre, mercatino e banchetti di ogni tipo ci accolgono, quando sono circa le 6 del pomeriggio. Non ce l’aspettavamo e ne siamo entusiasti, possiamo sbollire la tensione della statale appena abbandonata. Oramai dobbiamo solo raggiungere l’albergo “da Felice” che dista meno di un kilometro. Intanto Yuri è già sull’autopista, e noi ci prendiamo una confezione di ciliegie primizie take away, e due Peroni per festeggiare.

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Katia e Yuri al take away

Mesola

Raggiungiamo l’albergo “Felice” per una doccia, per poi tornare a cenare in un posticino visto poco prima. La sagra dell’asparago proseguirà fino a domenica e molti locali offriranno menu a tema.
L’albergo è onesto, con lunghi corridoi di moquette che ricordano l’interno dell’Ovelook Hotel di Kubrikiana memoria. Incontriamo una coppia di cicloturisti e scopriamo che sono nostri concittadini. Credo che saremo gli unici ospiti dell’hotel in questo week end, nonostante la sagra.
Paghiamo in anticipo, la colazione non è inclusa. Inclusa invece, sarà la notte passata in bianco, a causa di una non ben specificata gara, forse il rally dell’asparago? a 20 metri dall’albergo.

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Mesola col suo castello color mortazza.

 

Ceniamo in un affollato locale sotto i portici del castello di Mesola, unica struttura incoraggiante dopo molti kilometri di desolata pianura. Un risotto all’asparago, una pizza agli asparagi e un gelato forse verde anche quello (oltre a qualche pinta) saranno la nostra cena. Yuri non ha apprezzato molto il menu e fa gli occhi dolci ad una vicina di tavolo, così riesce a scroccare una fetta della sua pizza quattro stagioni, che divora avidamente sotto il nostro sguardo incredulo.
Il mattino dopo facciamo colazione in un bar/forno con una paio di croissant a testa, e lasciamo Desola ed il suo sfigatissimo castello.
Oggi dovremo percorrere circa 50 kilometri fra andata e ritorno. Eravamo indecisi se allungare la gita di un giorno ma, la nottataccia in albergo, la “ciclovia” inesistente e il panorama  ci hanno fatto decidere per il no.
Cercheremo di raggiungere Goro e quindi l’Adriatico, per poi tornare seguendo un percorso leggermente diverso.

L’ Adriatico

Il fiume dopo Mesola fa un’ampia ansa che però decidiamo di non percorrere. Taglieremo dalle strade che costeggiano il Canale Bianco, per guadagnare una decina di kilometri passando vicino alla Riserva Statale Bosco della Mesola.
Per chi come noi ama il bosco, quello appennino di faggi o quello alpino di abeti, sentir chiamare bosco anche questo suona strano. Diciamo che ci hanno provato, in realtà somiglia più ad una luogo in cui vediamo un sacco di individui, affaccendati a far scorte di legname. Ci avviciniamo al mare, ce ne accorgiamo perché nel frattempo siamo tornati sull’argine del Po, ma oltre alle solite chiatte e draghe, vediamo in navigazione una barca a vela.

Finalmente arrivati. La città sembra avere davvero poco da offrire ad un turista. Attraversiamo il mercato del pesce e giungiamo su di una spiaggia di sabbia e ciottoli. Il mare è piattissimo come tutto il resto, protetto in questo golfo somiglia quasi ad un lago. C’è un porto turistico dal quale partono dei sentieri  che si perdono fra un canale e l’altro. L’unica cosa che ci sembra intelligente è cercare un posto dove sfondarci di molluschi e vino bianco, per il resto ben poco da segnalare, nemmeno la casa natale di Milva, la pantera di Goro.

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Intanto si è fatta ora di pranzo, su consiglio di un local andiamo al Ristorante Ferrari. Qui mangiamo cozze come se non ci fosse un domani, le migliori mai assaggiate, su questo siamo tutti d’accordo. Ottimo anche il Cabernet Sauvignon.
Dopo pranzo salutiamo Goro. La strada corre veloce sotto le nostre ruote. Facciamo una piccola deviazione per vedere all’opera qualche pescatore. Alcuni sono accampati con delle comode tende, segno che passeranno la notte lì. Alcuni l’hanno montata all’interno di veri e propri isolotti dentro i canali. La pesca qui è una religione. Viaggiamo in direzione ovest, e la laguna lentamente sta tornando pianura.

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Un’infinita strada bianca fra due canali e facciamo una pausa per mangiare qualcosa. Nel frattempo ha preso a seguirci un cane pastore, forse più curioso che affamato scondinzola allegro dietro di noi.
Passiamo altre 3/4 ore  monotone a pedalare, il cane ha smesso di seguirci , il cielo è coperto, con qualche sosta e qualche capriccio di Yuri, giungiamo finalmente alla località di partenza.
Abbiamo portato a termine quella che, senza dubbio, è la meno scontata fra le nostre micro avventure. Il panorama non ci fornisce molti spunti per eventuali future visite in zona, ma forse siamo noi che non li riusciamo a cogliere. In fondo c’è anche chi ci ha scritto un intero disco, un capolavoro,  ispirato dal Blues From the Delta.

 

Un pensiero riguardo “Blues from the Delta

  1. bellissimo blog e bellissimi voi ❤ ❤ ❤

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